Skiri!billa

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Tutto qui? Tutto qui.

Come si impara a stare da soli? Come si fa a arrivare al punto in cui si sta bene da soli? Forse non si sta mai del tutto bene fino in fondo, da soli, anche quando a domanda si risponde “sto benissimo, non mi manca niente”.

Io sono nuovo in questo mondo di gente sola e non mi ci trovo granché bene, anche ci sono entrato fino al collo per scelta. Forse c’era da aspettarselo, che non mi sarei trovato bene da subito, o forse no; forse era prevedibile, ché io da solo non ci son mai stato, o forse il fatto di averlo scelto dovrebbe darmi un entusiasmo e una curiosità che invece non sento. Fatto sta.
Fatto sta che guardo la gente sul treno, in metropolitana, in macchina a fianco a me in tangenziale, e mi chiedo come si può fare a capire se uno è solo oppure no. Un mio collega dice di guardare le mani, dice che le persone che non sono sole portano gli anelli. Chi lo sa se è vero: io in dodici anni che non son stato solo non ho mai portato nessun anello, e lei nemmeno ne portava. Forse ha ragione lui, allora. Mah. In ogni caso, le persone sole si riconoscono? Chi mi guarda lo capisce? E lo capiscono tutti che sono solo? O lo capiscono solo le persone sole come me? E da cosa si capisce? Non lo so, non so rispondere a nessuna di queste domande. Io quando guardo la gente non capisco se è sola o no.
Poi penso alle persone che conosco che sono sole, o che sono state sole per anni. Mi sembra che stiano bene, o mi sembrava che lo stessero quando erano sole. Certo non tutte non sempre, ma alla fine nessuno sta bene sempre 24 su 7; però in generale mi sembra(va)no a posto, ecco. Chissà, magari invece il disagio semplicemente non si vede, magari in pubblico uno cerca di nasconderlo, più o meno consciamente; dopo tutto anche io in questi giorni mi sono sentito dire almeno un paio di volte “ti trovo in forma”, quando invece mi sento uno schifo. (Che poi forse me l’hanno detto solo per cortesia, chi lo sa). La maggior parte delle notti dormo poco e male, la voglia di cucinare è sparita, così come la voglia di stare in compagnia invitando persone a casa o uscendo per vederne: in questi due mesi scarsi non ho fatto nient’altro che tagliare rapporti interpersonali insostenibili per un motivo o per l’altro, senza pietà come se fossero rami secchi, mentre l’elenco delle persone nuove conosciute è ancora fermo alla conta di zero. E’ presto, lo so, ma mica posso andare avanti così ancora a lungo.
E poi conosco persone dell’età dei miei genitori, tra i 70 e gli 80, che sono sole da decenni e che sole moriranno. E anche loro a guardarle mi sembra che siano a posto e anche su di loro ho gli stessi dubbi: sono state e stanno bene davvero? Ma nel loro caso in più mi chiedo: hanno mai avuto lunghi periodi bui? E come hanno fatto a uscirne? Non possono aver avuto anni di caduta libera come lo sono state queste mie settimane, non è semplicemente possibile, nessuno di loro sarebbe ancora lucido. Certo è l’impatto al suolo quello che t’ammazza e non la caduta; ma non è che allora via, tutti a lanciarsi dalla cima dei grattacieli ché l’importante è solo atterrare bene: per quanto possa essere vero, bisogna saperlo fare e non è banale. Voglio dire, è ovvio che di solitudine non si muore, non è mica una malattia, al massimo si può morire per i gesti estremi che ne possono derivare: ma non è che sia una gran consolazione, saper stare bene da soli non mi pare affatto una cosa facile ed è molto lontano e diverso dall’essere clinicamente vivi. Sarà che prima o poi ci si abitua a tutto, ai dolori dell’animo come ai reumatismi: è così che si comincia a stare un po’ meglio? Mica l’ho capito.
Non lo so, perché nonostante si possa sempre contare sull’infinita capacità di adattarsi, questa grande dote che rende l’essere umano superiore a tutto il resto - che fortuna, eh? - nonostante questo, le difficoltà sembrano ovunque: dal far la spesa che quello che vuoi è sempre e solo in formato famiglia e ti va tutto a male, agli ormoni che poi ad un certo punto cominciano a non lasciarti stare nemmeno per mezza giornata. Masturbati è un pensiero carino, ringrazio, ma ci arrivo da solo e non sto parlando di quello: sto parlando della sensazione che dà l’avere addosso la pelle di un altro essere umano, sto parlando di un appagamento che sia anche emotivo e non solo fisico. Come si fa a restarne senza? Se fosse facile non ci sarebbero da una parte morti di figa e morte di cazzo, mi si perdoni la licenza poetica, che si farebbero qualunque umanoide con temperatura superiore a 35 gradi pur di trombare, e dall’altra asceti metropolitani che con grande fatica hanno ormai raggiunto la pace dei sensi, dichiarandola più o meno esplicitamente. Non mi pare che restare lucidi senza eccessi sia così comune, mi sbaglio? 
E quindi, tornando al punto di partenza, come si impara? Come si fa che io non lo so?

- “Fa’ sempre la cosa giusta”*

- “Tutto qui?”

- “Tutto qui.”

- “Capito. Me ne vado”

settantotto

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